Tre Selva, un vivaio
A ognuno abbiamo chiesto la pianta preferita. Le risposte vi dicono di noi più di qualsiasi 'chi siamo'.

Dora Selva
Cresciuta letteralmente in serra: da bambina dormiva nel cesto delle bulbose. Conosce ogni pianta del vivaio per nome — quello latino e quello che gli ha dato lei. È sua la regola del calendario pubblico, ed è sempre lei a dire il no più difficile: 'questa non gliela vendo, tanto le muore'.
La salvia officinale: «profuma, cura, fiorisce e non si lamenta. Vorrei clienti così».

Ettore Selva
Disegna ancora a mano, sul tavolo grande della serra, con la gomma consumata più della matita. Ogni progetto parte dalla stessa domanda — 'ad agosto chi c'è, qui?' — e da un pomeriggio passato nel posto, a guardare dove va il sole. Dice che i giardini sbagliati nascono tutti da un sopralluogo saltato.
Il carpino: «non è di moda, non fa fiori da fotografia, e tra quarant'anni sarà la cosa più bella della via».

Milo Selva
Il più giovane, quello che i clienti chiamano quando 'sta morendo tutto'. Nove volte su dieci arriva, mette due dita nella terra e chiude il rubinetto. Tiene un ospedale delle piante dietro la serra: quelle date per morte che rimette in piedi finiscono nell'angolo dei rescue, a metà prezzo, con la storia scritta sul cartellino.
Il rosmarino prostrato: «lo pianti, te ne dimentichi, e lui ti perdona. Il contrario di un tamagotchi».