La prima ragione è la più semplice: un palazzo del 1926 ha già fatto il collaudo più severo che esista — cent'anni di inverni, salsedine e terremoti minori. Quello che doveva cedere ha ceduto da decenni; quello che è rimasto in piedi ha dimostrato di saper stare al mondo. Un edificio nuovo, per quanto ben progettato, questa prova non l'ha ancora superata.
La seconda è nei muri stessi. Le murature portanti di inizio Novecento hanno spessori che oggi nessun costruttore si può permettere: cinquanta, sessanta centimetri di pietra e mattone pieno. Significa inerzia termica (fresco d'estate, caldo d'inverno), silenzio vero tra un appartamento e l'altro, e la sensazione — difficile da spiegare, immediata da provare — di abitare dentro qualcosa di solido.
La terza ragione è economica. Il pregio storico non si può replicare: di palazzi del 1926 sul lungomare non ne costruiranno più. L'offerta è ferma per sempre, mentre le case nuove escono a lotti ogni anno. Nel lungo periodo, questa semplice aritmetica protegge il valore molto meglio di qualsiasi finitura di moda.
C'è una condizione, però: il restauro dev'essere fatto bene. Un palazzo d'epoca rovinato da un intervento frettoloso perde entrambi i mondi — non ha più la storia, non ha ancora la tecnica. È il motivo per cui ai nostri cantieri dedichiamo il doppio del tempo: ciò che il tempo ha fatto bene resta, il nuovo si nasconde nei muri. A Palazzo Aurora ci sono voluti ventisei mesi. Il palazzo, del resto, aveva aspettato cent'anni: poteva aspettare anche noi.


